Pensieri, un po' alla rinfusa, sull'uomo, la vita, l'esistenza e tutto il resto
![]()
Nome: Matteo Sabbatani
Un uomo, sono un uomo che non teme d'ammettere la propria costante inadeguatezza alla vita; sono un uomo che, però, ha accettato, e da tempo, la sfida di fare di questa inadeguatezza la sua forza.
Ilcuore, signori miei, è ben altro che un banale, per quanto indispensabile, muscolo; l'anima è un tappeto che assorbe, o dovrebbe assorbire, gli urti continui a cui l'esistenza umana va incontro per il solo fatto di dipanarsi senza rete.
Nato a Imola, dove vivo, il 17 maggio del 1977, ho conseguito, nel 1997, il diploma di tecnico della gestione aziendale e, il 23 maggio del 2003, discutendo una tesi su "Max Weber e la critica positiva al materialismo storico", mi sono laureato, all'università di Bologna, in Scienze Pilitiche.
Dal luglio del 2005, in fine, collaboro col Comune di Imola in veste di consulente per l'abbattimento delle barriere architettoniche.
Con Bacchilega Editore, ho pubblicato - nel 2006 - la raccolta di poesie "Scandendo il tempo in versi" e, nel 2007, il libro di poesie "Pensieri in agrodolce", che ha partecipato ai premi letterari nazionali intitolati a Guido Gozzano & Giuseppe Dessi e, nel 2008, alla ventesima edizione del concorso internazionale di poesia "Città di Porto Recanati".
ARTE AMARSI
Bacchilega Editore
corriere della sera
l'unità
LA REPUBBLICA
LA STAMPA
LE DIVERSE STRADE
MARCELLO TAROZZI
PD IMOLA
PD NAZIONALE
RED TV
REPUBBLICA TV
ROBERTO VECCHIONI
SILVIA SASSI
TG1
TG2
TG3
Torre di babele
YOUDEM
sezione 1 riflessioni
sezione 2 articoli
sezione 3 poesie
sezione 4 roberto vecchioni
sezione 5 altre notizie
visitato *loading* volte
ESCE IL PROSSIMO 27 NOVEMBRE,
PER BACCHILEGA EDITORE,
"Dialoghi apparentemente futili",
il nuovo libro di MATTEO SABBATANI.

Presentazione: venerdì 27 novembre, ore 20 e 30, presso la sala dello ZOO ACQUARIO, via Aspromonte - IMOLA
Era un’idea, quella di provare a cimentarmi con la prosa, che – di tanto in tanto – faceva capolino nella mia testa e, ad essere sincero, solo ora, ora che l’ho fatto, ora che ho dato finalmente un seguito effettivo a questo pensiero, capisco anche perché.
“Dialoghi apparentemente futili”, il libro che uscirà a novembre per “Bacchilega Editore”, è stato il risultato – non sta a me dire se buono, mediocre o pessimo – di questo mio primo tentativo di utilizzare la parola in altro modo: avevo bisogno – in virtù del forte narcisismo che mi contraddistingue – non già di prendermi banalmente la scena o di far parlare di me (a raggiungere uno scopo come questo sarebbe stata sufficiente, forse, un’altra raccolta di poesie) ma di dare alle cose – pur continuando a dirle sotto metafora – un nome, un volto, una concretezza, un contenuto preciso, un senso in forza del quale fosse – non dico letteralmente impossibile – ma molto difficile poter fingere di non capire, di non recepire il messaggio e girare la testa dall’altra parte o fare spallucce, come se ciò di cui parlo non riguardasse – in fin dei conti – tutti e ciascuno alla stessa maniera.
Come al solito, com’era inevitabile che fosse, è stata anche una sfida con me stesso e, anche in questo caso, io per primo mi esimo dal tentare di capire se l’ho vinta o meno: non mi interessa, non mi importa niente di saperlo; no, quel che mi importa sapere è quanto spazio ha ancora la ragione in questa epoca, un obbiettivo ambizioso – lo riconosco – il cui raggiungimento si fa sempre più urgente e necessario, nonché una valutazione dagli esiti della quale dipenderanno alcune scelte – di carattere personale e non solo – che la mia esistenza non può permettersi il lusso di procrastinare ulteriormente.
Queste e molte altre esigenze hanno fatto da prodromo a questo libriccino che – come si può facilmente intuire – mi è costato una fatica completamente diversa da quella che ha consentito il prender forma delle due prove letterarie precedenti: la poesia si scrive quando essa stessa impone all’autore d’esser scritta, poi la si mette in un cantuccio finché non si decide se – ed eventualmente quando – pubblicarla; la prosa, invece, è qualcosa di molto meno istantaneo, di molto meno immediato; la prosa – per converso – è qualcosa di molto più mediato, qualcosa di ragionato, qualcosa che necessita di tempo – anzi – qualcosa che esige – per sua stessa natura – gli si dedichi tempo, qualcosa che abbisogna di una costruzione e – quindi – di una elaborazione preventiva.
Eppure – contrariamente a ciò che, stante quanto sopra, si potrebbe pensare – la cosiddetta ispirazione ha avuto, anche stavolta, un ruolo e un’importanza fondamentale, cosa che – a parer mio – non era così scontata, tanto è vero che me ne sono reso conto soltanto quando questa mia creatura era già in fieri, solo quando già si stava plasmando sotto i miei stessi occhi: è stato lì e solo lì, infatti, che mi sono accorto che il filo rosso che teneva insieme i tre racconti, l’unica tematica realmente affrontata, l’unica matassa che avevo tentato di dipanare in quelle pagine si sviluppava attorno al concetto di libertà, perché sono assolutamente convinto che – oggigiorno – per dirla in termini illuministici, la “Liberà di” sia stata completamente soppiantata e sostituita da una concezione profondamente sbagliata e distorta della “Libertà da” e che ciò sia foriero, sia la causa principale, del malessere strisciante che ci attanaglia.
Ho scritto, per farla breve, un libro su quelle che reputo essere le tre grandi “libertà di” negate nel – e dal – nostro tempo: la libertà di pensare e di dar corso al proprio pensiero, una libertà negata dalla preminenza e dalla preponderanza di quel masochismo tutto umano in virtù del quale – con una semplicità ed una non curanza spaventosa – si confondono e si sovrappongono i piani dell’essere e dell’avere, dimenticando che – se si è, o si crede di essere, solo in forza dell’altrui riconoscimento, opinione e/o considerazione – allora non si è affatto, allora – guidati dalla mera volontà di compiacere – si simula e si indossano, magari, una o più differenti maschere, una o più differenti giacche a seconda del contesto e della situazione; se si è, o si crede d’essere, solo nella misura in cui si ha la considerazione degli altri allora – a parer mio – non solo non si è, ma nemmeno si sa cosa si vorrebbe essere, non solo non si ha un’opinione di se stessi, delle proprie attitudini e, insomma, della propria natura, del proprio ruolo nel mondo, della propria condizione – ma, di fatto, non si esiste. Ditemi voi come si fa, se e quando non si esiste, a guardarsi allo specchio, a dire:
“Io sono io”.
Ho scritto questo libro, il cui primo racconto e di fatto capitolo verte appunto sulla mancanza della libertà di pensare: quando ci si accorge, infatti, che Biancaneve e la matrigna cattiva di Cenerentola sono – o possono essere – la stessa persona, quando ci si accorge che il lupo e Cappuccetto Rosso – in realtà –complottano ai danni della nonna e il cacciatore è solo un terzo incomodo da eliminare, la mancanza di questa libertà emerge in tutta la sua sconfortante onnipotenza.
Allora che fare?
Non resta altro, a mio parere, che continuare – con ostinazione – a guardare al senso vero delle cose, ad andare oltre le apparenze; non resta che continuare a gridare ad alta voce:
“Seppur tutti, io no!”, così come il professor Mantebata – protagonista del libro – insegna, sin dalla prima lezione, ad Alex Bonetti, il suo discepolo, il ragazzo che – inaspettatamente – gli ha fatto riscoprire la gioia di insegnare.
Tratte queste constatazioni, dalla mancata libertà di pensare all’analisi del suo punto di origine, ossia della mancata libertà di essere, il passo – come si può immaginare – è stato breve.
Per affrontare bene l’argomento, mi serviva una guerra, un conflitto vero che avesse lasciato traccia nella storia del mondo, ma a proposito del quale i tempi fossero – così come sono – sufficientemente maturi da evitare il rischio che il lettore cadesse, anche involontariamente, nel labirinto della retorica e si lasciasse guidare, non già dall’oggettività del racconto, ma dall’emozione che la retorica scatena; mi serviva una guerra, un conflitto vero che si prestasse, però, anche ad opportune metaforizzazioni, anzi, una guerra che potesse essere di per sé una metafora: ecco perché ho scelto la “Guerra dei trent’anni.
Scelta la guerra, scelti ambiti ed ambienti dei personaggi, m’è riuscito abbastanza facile dire quel che volevo dire: a quel punto, infatti, poco importava che i trent’anni fossero in vero quelli del conflitto seicentesco o i miei; a quel punto, infatti, poco importava che io fossi io o mi celassi – per opportunità – sotto le mentite spoglie di un soldato che aveva avuto la fortuna di portare a casa la pelle; a quel punto, infatti, poco importava tutto, poco importavano le battaglie, i trattati di pace, nomi e cognomi reali di persone del tempo; a quel punto importava dire – così come credo di aver detto – che, oggigiorno, ciascuno di noi per vivere – dunque non per essere – è costretto ad indossare una maschera, a far risaltare non il proprio io ma il proprio sé, quasi come se la natura reale d’un uomo sia destinata a rimanere sempre in ombra, nascosta e protetta, sì, ma anche soffocata, dal ruolo e dalla funzione, quando non da agenti che con ruolo e funzione non hanno nulla a che vedere, nulla a che spartire, nulla che li leghi per logica ad eccezione – ed ecco il punto – dell’altrui giudizio, dell’altrui considerazione, delle altrui valutazioni sommarie e forvianti perché basate – appunto – sulle esteriorità, sul sé e non sull’io.
È stato a quel punto che ho cominciato a capire quel che stavo scrivendo; è stato a quel punto che mi sono chiesto se un uomo del genere, l’uomo post moderno – i cui tratti avevo delineato anche servendomi di fatti e cose della storia moderna – avesse conservato almeno la libertà d’amare; è stato lì che – guardandomi dentro e compiendo un accurato esame di quel che vedo attorno a me – ho compreso, sconsolato, che no, nemmeno quella libertà, nemmeno la libertà più intima e personale che possa avere, l’uomo è riuscito a conservarla.
C’era, però, il problema di come raccontarlo, di come dirlo, come parlarne senza urtare sensibilità, affetti e quant’altro; e – per la prima volta nella mia vita – avrei fatto volentieri a meno del mio narcisismo, una peculiarità che diventava l’unica metafora possibile, l’unica panacea in grado di preservare – non già me, i miei ricordi, la mia persona – ma tutto il resto, tutto ciò che si sa e che non si dice.
Matteo Sabbatani
Addio Alda Merini, poetessa della follia, dell'Amore e della semplicità.
Grazie di essere passata da qui...!

ASCOLTA ALCUNI VERSI

"...Senza distinzione..."
Di Matteo Sabbatani
Non ce ne voglia, chi legge, se ci apprestiamo ad esporre solo ora – a più di due settimane dai fatti (la sentenza, come si ricorderà, è stata emessa lo scorso 7 ottobre) – alcune considerazioni in merito alla bocciatura del Lodo Alfano da parte della corte costituzionale: abbiamo – per così dire – scelto di attendere, di lasciar sedimentare la cosa; lo abbiamo fatto onde evitare di riempire questo commento di trionfalismi ingiustificati e sterili; lo abbiamo fatto perché la nostra analisi potesse essere – invece – il più possibile obiettiva e pragmatica, scevra da partigianerie di sorta e figlia – al contrario – di una valutazione attenta ed asettica.
Vi preghiamo quindi, sin d’ora, di portare pazienza e di perdonarci se – nel tentativo di caratterizzare secondo i crismi di cui sopra questa riflessione – dovessimo scivolare in alcune tecnicalità forse eccessive, se dovessimo – insomma – soffermarci su aspetti solo apparentemente secondari della questione: stiamo trattando – capite bene – di Diritto Costituzionale propriamente inteso, disciplina che – per gli addetti ai lavori (e chiediamo venia se, per una volta, osiamo annoverarci tra questi) – ha un fascino particolare, ricca com’è di cavilli giuridici e formali che, però – passateci il termine – fanno sostanza.
Questa ampia e – almeno crediamo – doverosa premessa fa da prodromo all’illustrazione delle molteplici motivazioni che ci inducono a considerare ineccepibile – ancor prima che ovviamente e doverosamente insindacabile – il giudizio della Corte.
Il primo ed imprescindibile parametro al quale – nell’espletamento dell’alta funzione cui è chiamata – la Consulta si deve attenere risiede e si esplica nella verifica della conformità di una Legge al dettato dell’articolo tre della Costituzione, norma – ad un tempo programmatica e precettiva – che sancisce l’eguaglianza formale e sostanziale dei cittadini – senza distinzione di sesso, razza, religione, lingua, opinioni politiche, condizioni personali e sociali – davanti, appunto, alla Legge.
Dunque, in punto di Diritto, l’eventuale incostituzionalità, o meglio, l’eventuale illegittimità costituzionale di qualsiasi provvedimento legislativo deriva anzitutto dalla violazione di questo principio e/o dalla violazione di uno qualunque dei principi statuiti dai primi dodici articoli della carta che rappresenta ed incarna il patto su cui si fonda la convivenza civile di questo Paese.
È palese quindi – nel caso di specie – la non conformità al dettato di quell’articolo di un testo normativo, quello del Lodo, che – proprio per quanto attiene il principio d’uguaglianza – formalizzava una discriminante inaccettabile – o, come scrivono gli stessi giudici nelle motivazioni della sentenza, “[…]un’evidente disparità di trattamento di fronte alla giurisdizione[…] – fondata sulla distinzione delle condizioni sociali e personali dei soggetti, le quattro più alte cariche dello Stato, beneficiari degli effetti del provvedimento.
In altri termini, prevedendo la sospensione di eventuali processi a carico del Capo dello Stato, del Presidente del Consiglio, dei presidenti di Camera e Senato, il Lodo Alfano riconosceva a costoro uno “status” i cui fondamenti giuridici e giurisdizionali non sono riconducibili ad alcuna delle prerogative costituzionali che ciascuno di essi, nello svolgimento delle rispettive funzioni, può e deve esercitare.
Ciò significa, ad esempio, che il premier coordina e promuove l’attività del governo, ma l’indirizzo politico generale dell’esecutivo è stabilito e determinato dal consiglio collegialmente inteso: al presidente del consiglio, cioè, il nostro ordinamento affida – a differenza di quanto accade in altre forme di governo parlamentari del continente – un ruolo di primus interpares, il che esclude a priori – per quanto ci consta – ogni e qualsiasi possibilità che egli possa far valere una qualunque preminenza – sia essa di natura formale o sostanziale – nei confronti, non solo – come accennato pocanzi – d’ogni altro cittadino, ma anche degli altri ministri.
Non è un caso – di poi – stante quanto sopra, se la corte ha rimarcato che un provvedimento che influisce così marcatamente sui rapporti tra gli organi istituzionali dello Stato – cioè proprio sulla forma di governo – non può assumere la forma di una Legge ordinaria, ma deve essere oggetto precipuo di una normativa di ordine costituzionale, quella – disciplinata dall’articolo 138 della Costituzione – che regolamenta la revisione costituzionale.
Il Lodo, quindi, avrebbe dovuto essere approvato da Camera e Senato con due successive letture, da parte di ciascuno dei due rami del Parlamento, a distanza non inferiore a tre mesi l’una dall’altra.
Ora, volendo tener fede al proposito – annunciato in apertura – di non “buttarla in politica”, non staremo a disquisire né sui motivi che hanno indotto il Governo ad intraprendere la strada della legislazione ordinaria, né sulle polemiche – in vero pretestuose – che hanno coinvolto il Presidente Napolitano e la stessa Consulta, ma non possiamo esimerci dal manifestare la nostra soddisfazione per le modalità ed i termini in cui si è voluta riaffermare la preminenza dello stato di Diritto.
(4 agosto 2009)
Sul Corriere della sera di oggi, Piero Ostellino tenta, per mezzo di un excursus storico a dire il vero un po’ sommario, di spiegare perché, a suo parere, dopo la fine delle grandi ideologie che hanno caratterizzato il novecento e dei regimi politici che le hanno incarnate, il ventunesimo secolo potrebbe essere l’epoca della – citiamo testualmente - «ragionevolezza generatrice di anticorpi» capaci di garantire la tenuta dei sistemi democratici.
Ora, sulla circostanza in forza della quale l’uomo – quello di oggi come quello di ieri – sia, per natura, un “tronco storto” nulla da eccepire, né è questa la sede propria ove indagare le ragioni, per lo più di carattere antropologico, di questo – chiamiamolo così – difetto congenito.
Ma la lacuna epistemica che fa difetto, a nostro parere, alla tesi di Ostellino risiede, per così dire, nel punto di origine della stessa: se è vero come è vero, infatti, che le ideologie – siano state “di destra o di sinistra” – avevano in sé il germe, la causa della loro implosione, è altrettanto inopinabile, crediamo, che non si possa, trattando di questi temi, far dì ogni erba un fascio.
Allora, invitiamo a ragionare e a prendere atto che, sempre rimanendo su un piano meramente ideologico, la crisi economica che attanaglia l’Europa e il mondo all’alba di questo secolo dimostra – in maniera secondo noi inconfutabile – che il liberismo economico che ha trovato la sua radice euristica nel liberalismo non è in grado, da sé, di garantire né un equilibrio del mercato, né – tanto meno – di salvaguardare istituzioni e stati: perché, posto che il liberismo ha fallito, assistiamo – in Europa soprattutto – al riemergere della destra? D’accordo, non è corretto porre sullo stesso piano liberismo economico e avanzata della destra politica e sociale (non lo è né da un punto di vista storico, né sotto il profilo sociologico e antropologico); né noi si vuole - qui ed ora rivalutare e riabilitare postulati teoretici che proprio la storia si è giustamente incaricata di mostrare infondati o largamente fallaci, ma è pur vero che – di fronte al riemergere , in varie forme, di rigurgiti di natura xenofoba, razzista e, nel senso più deleterio del termine, neo-classista - tutto l’ottimismo che pervade, quest’oggi, il pensiero di una delle firme più illustri del giornalismo italiano a noi pare fuori luogo.

Ecco, questo è stato proprio uno di quei giorni in cui – come si dice anche nel messaggio promozionale di una famosa marca di caffè - «Arriva la sera e scrivere diventa un piacere».
Strano giorno, infatti, questo lunedì quindici giugno del duemilanove: è arrivato dopo un fine settimana nel quale il sabato, a conti fatti, è stato quasi più impegnativo di un normale giorno di lavoro – ammesso e non concesso che il mio si possa, in effetti, definire propriamente lavoro – e la domenica, se non fosse arrivata la provvidenziale e – come sempre – salutare chiacchierata telefonica con Daniela, sarebbe scivolata via nella più completa apatia.
L’unica nota lieta del mio stancante sabato italiano è stato il matrimonio di Pietro, amico vero e sincero che – contrariamente al sottoscritto – qualche traguardo importante, nella sua vita, sta cominciando a tagliarlo: ha una laurea, una laurea vera come la mia, anzi no, certamente più importante ed utile della mia; ha una moglie che lo ama veramente e che lui ama veramente; ha un lavoro, un lavoro vero che – a quanto mi consta – gli piace e che fa con passione e dedizione, la stessa passione e la stessa dedizione che – nonostante tutto – cerco di continuare a mettere nell’adempimento di quelli che sono i “doveri” del particolare ufficio che mi trovo a ricoprire.
Pietro, Pietro che si è sposato – si diceva – portando all’altare la sua Sara (splendida con addosso l’abito nuziale): lo conosco, Pietro, dal duemila, quando dovetti mettermi a cercare modalità e strade alternative che mi consentissero di portare avanti degnamente il mio percorso di studi e lui venne a trovarmi, offrendomi un po’ del suo tempo, cosa – se ci pensate bene – sempre più rara in quest’epoca.
Allora, ad essere sincero, non avrei mai immaginato che la nostra amicizia sarebbe cresciuta sino a diventare forte, stretta e importante com’è adesso, che – salvo rare eccezioni – difficilmente non ci sentiamo almeno una volta a settimana; e, sapete, in gran parte il merito è suo, suo e del modo in cui – negli anni – è stato capace, sopportando le mie bizzarrie e i miei continui alti e bassi d’umore, di conquistarsi la mia fiducia, il mio affetto e la mia stima: perché e come s’è guadagnato tutto ciò, mi chiedete?
Perché c’era e perché ha continuato ad esserci anche quando,uno dopo l’altro, molti dei porti in cui avevo tentato di far attraccare la mia nave sono progressivamente scomparsi nella nebbia; perché il nostro è sempre stato ed è – ne ho avuto, anche di recente, un’ennesima dimostrazione – un rapporto paritario, indipendentemente dalle condizioni personali di ciascuno, ossia indipendentemente dal mio handicap, dalle mie e dalle sue convinzioni, dai miei e dai suoi orientamenti; perché in lui ho sempre trovato – e so che sempre troverò – una spalla preziosa, un consigliere fidato e obiettivo, un sicuro punto di riferimento; perché non si è spaventato e non è fuggito mai, neppure nei frangenti – e ce ne sono stati parecchi – in cui era oggettivamente difficile starmi vicino e sostenermi.
Per tutti questi ed altre migliaia di motivi, Pietro – nel tempo – ha acquisito, ai miei occhi, una considerazione rilevantissima, tal che qualsiasi ringraziamento io possa formulare nei suoi confronti è – e resterà sempre – poca, pochissima cosa a paragone dell’onore, tutto mio, di potergli essere amico
E’ uscito Il 23 giugno,
per Einaudi,
"Scacco a Dio",
Il nuovo libro
di
Roberto Vecchioni

Prima presentazione, a Milano, martedì 23 giugno, presso la libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte, alle ore 18.30
I personaggi di questi racconti sono accomunati dalla volontà di ribellarsi a quanto di irrevocabile il destino sembra aver scritto per loro.
Oscar Wilde dopo anni di carcere va a vivere sotto falso nome nel nord della Francia. Finge? È davvero convinto di essere un altro?
J. F. Kennedy decide di inscenare la propria morte per poi fuggire in Islanda nascondendosi in una baita sperduta.
Sir Alee Guinness da ateo convinto diventa cattolico quando, nei panni di Padre Brown, entra in una chiesa per parlare con un'ombra della sorte del figlio in fin di vita.
Un altro racconto è un vertiginoso gioco di specchi che sovrappone le identità di Shakespeare, Marlowe e Thomas Kyd.
Il matematico Evariste Galois è morto in duello non a causa di una donna ma per una scoperta che ha capovolto il suo mondo.
Federico II, dopo un dialogo con Francesco d'Assisi, decide di andare in battaglia contro i musulmani lasciandoli vincere.
Catullo rivede l'amata Lesbia durante il processo nel quale è accusata di veneficio, ma lei ha una reazione davvero sorprendente
Ascolta un estratto della presentazione.

Delirio di un poeta
Ci sono giorni, ci sono momenti in cui, più che mai, avverti il bisogno, l’urgenza improcrastinabile – come dire – di ricordarti com’eri, perché non tutto di quel che ora sei ti piace e ti rende orgoglioso di te; ci sono giorni, ci sono momenti in cui hai bisogno, se non di fermarti, almeno di verificare se quei punti fermi che avevi messo ci sono ancora o se anch’essi si son fatti travolgere dall’ingranaggio infernale del tempo che tutto inghiotte e scompagina.
Sì, quei giorni e quei momenti, per fortuna, ci sono e non ci si deve vergognare di ammettere che, di tanto in tanto, senza nemmeno sapere perché, ci si ricade dentro; e, per fortuna, ci sono anche quei punti fermi, o almeno la gran parte di essi è rimasta, non s’è fatta risucchiare nell’imbuto, nel tritatutto, nel frullatore del quotidiano correre: così ti adagi, ti riaccuccioli – per qualche attimo – in quel limbo e ti lasci cullare dal ricordo, o meglio, dal rimpianto di ciò che è stato – perché è stato e tu c’eri – e che non può più tornare.
Che dite? Sono un bambino? Sì, forse sì, forse avete ragione, ma chi se ne frega: a volte, penso, m’illudo, che il mondo sarebbe migliore se solo avessimo la forza, il coraggio di ammettere le nostre fragilità.
Il poeta, lo scrittore, l’uomo di lettere e cultura generalmente inteso – come ha avuto il coraggio di affermare qualcuno – è uno che fa quel mestiere tremendo in virtù del quale si piange mentre si scrive e si scrive che si sta piangendo; poi la vita ti porta anche a fare altro, anche perché altrimenti di che cosa scrivi, come fai a buttarti addosso emozioni di altri e a farle diventare tue sino al punto di piangere per buttarle sulla carta? Però tu sei quello e, ripeto, non te ne vergogni; no, non te ne vergogni e, anzi, ne vai orgoglioso.
Ti danno del coglione? Che cosa te ne importa, cosa ti cambia, a che cosa ti serve urlare che no, i coglioni sono loro?
Nulla, non ti importa, non ti cambia e non ti serve a nulla: tanto, prima o poi, te li ritroverai tutti li davanti, e avranno pure il coraggio di applaudire, stronzi!
Donna,
tu fosti l’angelo del focolare
per pura costrizione
ma, non appena potesti volare,
ad ali aperte e scevra d’emozione,
gettasti un ponte tra sogno e ragione
sul quale l’uomo orgoglioso e coglione
non può salir senza dar l’impressione
d’esser soltanto un ignaro passante.
Donna, sai essere amica ed amante,
madre premurosa,
sposa, poi moglie e bocciolo di rosa
che, nel suo stelo, conserva gelosa
lo scrigno del grande destino del mondo
Il resto
è andare oltre l’apparenza,
guardar sempre alla sostanza;
il resto
è la certezza dell’assenza,
soppesare la mancanza,
poi non fare penitenza
per le colpe che non hai,
calcolare la distanza
che separa da altri guai.
Il resto
è questo volermi anzitutto preservare,
il bisogno di difendere e salvare
la mia finta ingenuità,
dimostrar che l’intelletto
cerca sempre verità
che non abbiano il difetto
di passare per pietà.
Il resto
è la pioggia
che bagna ogni cosa con la stessa intensità,
l’emozione di una sposa
per il bimbo che verrà,
poi un alito di vento
che ti da la libertà
di sperare che un bel giorno
giunga quella novità
che tu aspetti già da tanto.
Il resto
è un orpello indispensabile del tempo
che ci serve per staccare e respirare,
il cappello che mettiamo ad un momento
che vogliamo o non vogliamo ricordare;
il resto
è il timore di sbagliare,
il sapere o non sapere
in che modo rimediare,
ridere, guardarsi dentro,
continuare anche a sognare

(Scritto il 4 febbraio 2009)
A quanto pare, l’odissea o – se preferite – la via crucis di Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo permanente dal novantadue, sta – finalmente, aggiungiamo noi – trovando una degna, umana e logica conclusione: nella notte tra il due e il tre febbraio, infatti, da quella clinica di Lecco che – per tanti, troppi anni – è stata la sua casa, la giovane è stata trasferita – con un’ambulanza – presso un’omologa struttura di Udine, città d’origine della famiglia, dove – a meno di clamorosi colpi di scena dell’ultima ora – dovrebbe essere scritta la parola fine su una vicenda che – da qualche anno – divide trasversalmente quel briciolo di opinione pubblica che ancora esiste – e, per fortuna, resiste – in questo Paese.
Ora, per favore, telecamere e taccuini facciano un passo indietro: se non v’è dubbio che – suo malgrado – la “spettacolarizzazione” di questo calvario sia servita ad evidenziare con forza una delle tante lacune giuridico- legislative che ancora caratterizzano in negativo la sesta potenza industriale del mondo, è altrettanto ineccepibile il diritto degli Englaro di stringersi in pace nel loro dolore quando, tra pochi giorni, daranno l’ultimo saluto alla figlia.
Siamo convinti – anzi, siamo certi – che ci sarà tempo e modo, dopo, di riflettere seriamente sul merito delle questioni che, anche da un punto di vista etico e morale, questo caso ha inevitabilmente sollevato.
A noi – che, per la prima ed ultima volta, ci azzardiamo sommessamente ad esprimere, su questa vicenda, il nostro parere – piacerebbe che, nel dipanare la matassa, il legislatore non prestasse orecchio alle sirene di quanti, da oltre Tevere e nono solo, calpestano sovente quella laicità su cui debbono continuare a poggiare le fondamenta del nostro vivere civile, del nostro essere Stato: si legiferi, dunque, così com’è giusto, e lo si faccia sollecitamente, ricordando – per un verso – che la generalità e l’astrattezza sono, o dovrebbero essere, i caratteri peculiari di ogni Legge degna di questo nome e – per l’altro – che la vita è tale se e solo se, ovvero sino a quando, riesce – nonostante tutto – ad essere vissuta.